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Il torpore dei piccoli comuni PDF Stampa E-mail

Chi non conosce Franco Arminio non capirà. Il paesologo di Bisaccia da anni scrive libri e poesie fermando nel tempo angoli di paesi dimenticati sull’Appennino meridionale, nella speranza di svegliare dal sonno i comuni dell’Italia interna, amministrati da giunte tramortite da bilanci desolati e da visioni oniriche del tempo che fu. E che ora non è più e mai più sarà.

Il bar è aperto e frequentato da vecchi con le gambe flosce nascoste da bermuda, che alternano la spuma a sequenze di gotti di vino parlando male delle nuore e dei giovani in generale. Un tempo i negozi di alimentari erano tre ed ora ne rimane uno gestito dalla seconda generazione che insiste nel tentare di convincere se stessa che i tedeschi e gli olandesi si rechino in questi luoghi in estate alla ricerca di “quel prosciuttino, del salamino di cinghiale e di quel pecorino locale” non sapendo che le auto dei turisti hanno già caricato negli hard discount di Rotterdam, Berlino e Groningen tutto l’occorrente per togliersi i morsi della fame e che ciò che gli manca lo acquisteranno presso la stessa insegna globale nel primo centro più vicino, evitando di dover portare il loro denaro ai commercianti italiani. Anche perché hanno capito da tempo, grazie alla rete, che quei prodotti di locale non hanno niente e che gli verranno venduti prosciutti ritagliati da suini allevati nell’est Europa, alimentati a ghiande e cherosene. Gli stessi aromi facilmente reperibili allo Spar di Stoccolma, ad un terzo del prezzo.

Il paese è usato per fotografarlo; telefoni acquistati a rate come in tutto il mondo carpiscono migliaia di immagini e i turisti bevono acqua dalle fontanelle, non lasciando alcun contribuito a paesi che ne avrebbero gran bisogno.

I sindaci di questi comuni della Toscana - che non sono diversi da quelli descritti da Arminio in “Vento forte tra Lacedonia e Candela” - mettono insieme giunte di parenti, interessati all’elezione solo per modificare il piano regolatore e consentire finalmente al cugino di condonare la veranda in alluminio anodizzato sperando di vendere poi la casa a qualche investitore disinformato sul crollo del mercato immobiliare, e l’annesso agricolo dove custodire la Mercedes pagata a cambiali con la pensione dello zio.

L’ordine del giorno ricorrente nella convocazione del consiglio comunale è focalizzato come un mantra sull’organizzazione dell'annuale salsicciata agostana, verso cui convergeranno per dieci giorni qualche migliaio di persone in ciabatte alla ricerca del posto libero sulla panca di legno, conquistata a gomitate per consumare il frugale pasto nel borgo. Dopo di che tutti a casa aspettando l’anno prossimo, col serbatoio in riserva.

Non è sufficiente guardare Matera e gridare alla soluzione trovata: nessuno si attiverà per reperire risorse e salvare dalla marginalità centri di mille abitanti che vivono ancora nella verghiana religione della proprietà terriera e dei muri che i residenti si tramandano di padre in figlio. Chi non è nato qui non riuscirà mai a condividere niente, avere un aiuto, una informazione per una casa in affitto in cui vivere senza doverla comprare.

Le bandiere blu e arancioni alimentano le evanescenti politiche del Touring Club, rimasto insieme all’ACI nei film di Carlo Verdone un’istituzione completamente inutile, mentre i vicoli si riempiono di erbacce, le case cascano a pezzi perché le matrone romane e le signore milanesi non capricciano più per avere la casa col camino da far vedere agli amici, ma si scambiano gelosamente gli indirizzi buoni in città dove si mangia con venti euro.

I nonni (non ancora tatuati) lasciano a nipoti supertatuati quello che serve loro ad immaginare una vita senza lavorare, non perché il lavoro non ci sia ma perché sono privi di amor proprio e pensano che questo Paese li possa mantenere per sempre con la birra in mano mentre gli altri, privi di dote e costretti a piegare la gobba, sudano a rifare le camere e a servire i turisti ai tavoli della costa versando i contributi necessari a sostenere le casse dello stato sociale.

La politica è cieca e sorda, non ha strumenti per trasmettere a questi naufraghi della storia il messaggio che il rifugiarsi nel vino e nei dialetti porterà all’autodistruzione, aggrappandosi alle stelle cadenti che in estate restituiscono ancora la speranza che la loro terra riuscirà a sopravvivere.

Mentre gli elettori, incuranti del loro destino, si vendono per una fetta di torta ed una manciata di ciliegie.