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Quando finisce un sogno PDF Stampa E-mail

Non esiste qualcosa di più difficile da descrivere dell’abbandono della capacità di sognare. Il ciclo della vita è diviso in quattro settori, impossibili da definire in anticipo ma solo descrivibili una volta che il tempo li ha dichiarati trascorsi. Si nasce, si diventa adulti, si invecchia e si muore. Queste sono le quattro fasi inesorabili cui l’individuo non può sottrarsi, neppure i più distratti e disorganizzati fatalisti.

I sogni sono sempre gli stessi, cambiano i tempi e le emozioni con cui vengono vissuti. Nei primi quindici anni di vita essi sono materiali, molto colorati e spesso si riescono ad esaudire grazie all’amore dei genitori; dopo tutto diventa più difficile per il sempre minore tempo destinato allo svago e i desideri inesauditi dei grandi amori che non hanno un prezzo da poter pagare per ottenere ciò che si desidera e non ti lasciano chiudere gli occhi la notte, regalano nostalgie persistenti nel tempo che a volte durano sino alla fine.

Ma è la terza fase la più complicata, la più lunga: il tempo comincia a correre più veloce, il desiderio di disegnare le tracce di un futuro adulto, di una famiglia o di una carriera, di un progetto di vita. L’ansia di partire col piede giusto per evitare retromarce dispendiose spesso conduce ad errori di traiettoria, sempre meno correggibili con l’incedere del tempo.

Giunto ai quarant’anni la nascita di un figlio mi ha costretto ad accelerare il processo decisionale sul futuro, sino a poco prima considerato una meravigliosa entità che restituiva il senso dell’infinito. Ed ecco che abbandonata la vita scandita dalle buste paga di un lavoro sicuro ho sognato per la mia famiglia un futuro diverso, più ricco di emozioni ma anche di rischi che alla fine, in quanto tali, non potevano che condurre ad un bilancio positivo considerato il sacrificio che ben sapevo mi avrebbe atteso negli anni che sarebbero venuti.

Quei dieci anni sono trascorsi ed avevo centrato tutte le previsioni, tranne una: il risultato positivo alla fine della lunga fatica che non solo non si è materializzato ma al contrario ha ucciso il mio sogno. Oggi che alle spalle si è chiusa una porta ho capito che non ho più l’energia per immaginare qualcosa di diverso da un’atteggiamento difensivo, in un’epoca in cui nel mio Paese è diventato impossibile lavorare con le proprie risorse, dove la tenaglia del debito consegna ogni azienda alle spire mortali del credito concesso dalle banche, ben consapevoli che nessuno potrà più uscire a respirare e vivere con le proprie energie e per questo sempre più rassicuranti e disponibili a concedere ossigeno a caro prezzo, sino alla capitolazione.

Non ho rimpianti se non aver disperso i migliori anni dedicando me stesso ad una causa che ho quasi subito compreso essere persa in partenza ma convincendomi del contrario per non dover un giorno, da vecchio, pronunciare la fatidica frase : se ci avessi provato.

Così resta la consolazione di aver capito in tempo che era indispensabile staccare la spina, spegnendo il sogno e ritrovandomi ancora al punto di partenza, in una corsa senza fine che in fondo rappresenta la vita.

Andrea Reali, 1 dicembre 2017 (ex commerciante di alimentari)