Home
Benvenuti nella home page di Torino 2.0
Il teatro dei burattini PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Venerdì 02 Maggio 2014 04:10

Festeggiare il lavoro quando questo non c'è più è quantomeno irrazionale. Certo, a vedere lo spiegamento delle bandiere dei sindacati e gli striscioni delle RSU delle fabbriche sfilare al corteo del Primo Maggio pare che una ancora molto grande massa di persone si attardi a credere che i sindacati siano le uniche istituzioni ad occuparsi ancora di loro, unità ingombranti rimaste senza lavoro.

Torino e il suo distretto industriale stanno pagando il prezzo più elevato a questa crisi che non è solo economica ma di sistema, purtroppo senza aver ancora capito che la soluzione non la possono fornire le istituzioni, incapaci di altro se non di proclami ottimi per la campagna elettorale europea in pieno svolgimento, ma dovrà essere la personale, buona volontà e senso di sacrificio che dovranno sostenere la sopravvivenza di ciascuno, disposti a rinunciare anche ai tanti privilegi che lo statuto dei lavoratori avevo reso accessibili a tutti.

I leader delle tre maggiori organizzazioni sindacali che hanno scelto Porcia in Friuli per dimostrare la loro vicinanza al traballante impianto produttivo della Electrolux sono riusciti ad inanellare una serie di ovvietà che nemmeno il migliore Lapalisse sarebbe riuscito ad immaginare. Non fanno riflettere le parole di questi parassiti legalizzati dal sistema ma la quantità di persone che ieri anzichè prendersi una giornata di riposo e di riflessione utile ai propri destini erano in piazza ad ascoltarli, sventolando i vessilli elettorali dei sindacati e, di fatto, assegnando loro l'alimentazione della speranza in futuro possibile.

Come in un teatro dei burattini: sul palco le variopinte marionette del potere, più in basso un pubblico di bambini ingenui che ascoltano le lusinghe di arlecchino.

Un Paese che non ha ancora compreso che il mostro carnivoro risiede nella testa dell'idra e che la cura debba necessariamente essere talmente forte da uccidere anche il paziente per eliminarlo definitivamente e ricostruire da zero un senso di stato e di legalità vero, significa che non solo non ha capito nulla e non sta facendo nulla per il futuro dei propri figli ma che ha perso del tutto la capacità di autodifesa, convinto che in questa Italia la giustizia sociale e la democrazia compiuta siano ancora valori per cui valga la pena sacrificarsi.

Ultimo aggiornamento Venerdì 02 Maggio 2014 06:11
 
I danesi, la giraffa e l'Unione europea PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Mercoledì 12 Febbraio 2014 03:23

Ho viaggiato pochissimo nella mia vita e l'Europa che ricordo ha i segnalini su Germania, Inghilterra e Scozia, Francia e Spagna. Del resto di questo vecchio continente di cui sono cittadino non conosco nulla.

Della Danimarca ho un'immagine indotta legata alle birrerie che frequentavo venticinque anni fa, bevendo una birra di moda in quegli anni e prodotta lassù e che non mi piaceva neppure troppo. Tuttavia chi torna da quei paesi freddi per esperienze professionali o anche solo turistiche, racconta di mondi ordinati, efficienti, puliti, onesti, da stato-modello.

Se penso invece ad Altiero Spinelli, ad Ernesto Rossi e ai padri dell'Unione che immaginavano un concerto di popoli uniti verso un reale progetto economico, politico e sociale penso a cosa avrebbero pensato di un paese membro come la Danimarca, popolato da ricchi, obesi e ubriaconi che si scambiano le mogli in improbabili orge famigliari per il divertimento che le latitudini sventurate e il clima ostile ove vivono gli  concedono come svago.

Evidentemente non paghi del loro benessere e della loro strafottenza, questi europei del secolo illuminato hanno pensato di approfittare di un cucciolo di giraffa nato nello zoo di Copenaghen sano ma considerato di troppo, uccidendolo con un colpo di pistola alla testa, smembrarlo al cospetto di decine di famiglie con bambini accorsi col telefonino a fotografare l'evento, per poi darlo in pasto ai leoni.

Non credo che l'Italia considerata da questa gentaglia un paese di ladri, di spaghetti e di malavita organizzata debba sentirsi in dovere di stare zitta, perché è ben vero che nel nostro paese il costo della corruzione è, in rapporto al PIL, in testa a tutti gli altri stati dell'Unione, ma prendere lezioni da questi barbari pare davvero un'offesa quantomeno alla nostra cultura.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 12 Febbraio 2014 12:00
 
Breve viaggio nel delta del Po PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Martedì 07 Gennaio 2014 04:41

Ho atteso sino ad oggi, trovando l'occasione in quarantasette anni di vita, di guardare da vicino come sono le terre emerse dall'acqua che ricopre gran parte dell'oriente italiano affacciato sul mare.

Nel 1957 Mario Soldati, con la mantellina e il toscano sempre acceso, attraversava la bassa ferrarese nell'intento divulgativo di spiegare a chi abitava altrove ed aveva la televisione, di scoprire la vera ricetta della salama da sugo; si infilava poi in una trattoria dove un compunto titolare con la giacca gli mostrava su una bilancia un sontuoso blocchetto di culatello, già all'apoca prelibata galupperia presumibilmente per pochi.

Scegliendo Comacchio ed un piccolo albergo lungo un canale della cittadina, ho cercato di immaginare perchè il tempo si sia fermato in certi luoghi dell'Italia e sia trascorso invece velocissimo in altre zone del Paese creando spesso danni irreparabili alla terra, all'agricoltura e lasciando dimenticate bellezze storiche e testimonianza di economie che per oltre due secoli hanno rappresentato la storia della società che ha vissuto, in particolare qui, tra terra ed acqua.

L'economia della pesca oggi ci ha lasciato immagini in bianconero e lo stabilimento della Manifattura dei Marinati ove giungevano dalle stazioni di pesca dell'Adriatico tonnellate di anguille, acciughe ed acquadelle destinate alla marinatura e alla salatura, poi spedite in tutta Italia e nei paesi esteri.

Le immagini dei pescatori che lasciavano per giorni le famiglie nelle campagne per recarsi alla pesca ogni notte, in situazioni ambientali e meteorologiche al limite della sopravvivenza, sono testimonianze che nessuno salvo pochi nostalgici dei tempi che furono, ha l'onestà di voler ricordare.

Se riuscite a raggiungere questi luoghi, sono sufficienti pochi giorni per rendervi conto che la direzione presa oggi dalle politiche di sviluppo turistiche del nostro paese, che qui significano anche politiche di sviluppo della società, sono strabiche quando non completamente cieche, incapaci di cogliere la bellezza che il nostro Grande Fiume regala nell'atto di gettarsi nel mare, dopo aver raccolto da decine di affluenti una quantità incommensurabile di storia, di ricordi di atmosfere uniche al mondo che dovremmo tenere in grande considerazione, orgogliosi di considerarle parte della storia della nostra civiltà.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 08 Gennaio 2014 04:46
 
Sei mesi dopo PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Sabato 28 Dicembre 2013 14:22

Una tortuosa disputa contrattuale con la compagnia telefonica proprietaria dei server su cui e' morbidamente appoggiato il sito torinoduezero.it non ha consentito per sei lunghi mesi la pubblicazione dei pensieri che quindicinalmente vengono espressi su questa lavagna virtuale; ma per vostra sfortuna siamo tornati.

E' però un'occasione per tentare una sintesi dei mesi che anticipando l'estate ci riportano oggi al pieno inverno, con i fasti del Natale appena trascorsi e le strade del quartiere torinese da dove scrivo, completamente deserte a causa delle abbondanti nevicate che hanno ricoperto le Alpi piemontesi come un ricco pandoro di Verona. Si perchè le vacanze di fine anno, cui nessuno ha intenzione di rinunciare, sono lo specchio della crisi (da molti neppure percepita) che a macchia di leopardo sta ammorbando Torino, tra un'impennata degli sfratti che in Città hanno raggiunto la media di quindici a settimana, mentre scomparse le Audi tremila turbodiesel per ragioni di rintracciabilità fiscale, sono comparse più parche Cinque, SeicentoL e Mini ONE con la Union Jack dipinta sul tettuccio che le famiglie della Torino professionista dell'evasione acquistano per i propri figli e le proprie mogli in un grottesco understatement tutto subalpino messo in atto nel tentativo di rendersi invisibili, rimanendo trendy, agli scanner dei dati sui redditi di cui può disporre Serpico (compresi i depositi bancari intestati alle amanti e a vecchi lontani parenti privi di carichi immobiliari).

La politica procede vergognosamente sorda alle necessità della gente accompagnata dal sottotraccia erotico delle gesta dell'ex presidente del Consiglio sostituito, dopo la scellerata esperienza del massone (chiedere cosa ne pensano gli esodati), da quasi un anno dal dermatologo con la faccia da topo remissivo che facendo finta di niente ha aumento tutto il possibile, ha massacrato le aziende con la nuova tassa smaltimento rifiuti e non ha fatto assolutamente nulla per ridurre i costi della casta predona che ha sputtaneggiato indisturbata in questi mesi di austerità durissima per chi deve lavorare per campare. Per non parlare di chi il lavoro lo ha già perso da mesi con l'assoluta certezza di non ritrovarlo mai più.

Lo scenario è apocalittico: la stretta del credito ha ucciso migliaia di piccole imprese al ritmo di 57 casi al giorno nel primo semestre 2013 (i dati del secondo arriveranno a gennaio 2014 insieme all'aumento della luce elettrica deciso ieri dalle autorità energetiche e dal ministero dell'economia). Le banche boccheggiano e ingoiano i miliardi arrivati dalla BCE per compensare le loro perdite devastanti anzichè erogarli alle aziende come avrebbero dovuto fare, col risultato che queste ultime falliscono per mancanza di risorse lasciando per strada migliaia di disoccupati.

Non si sa come andrà a finire questa triste vicenda, nonostante il malessere che il movimento dei Forconi ha tentato di mostrare alle istituzioni attraverso i presidi al freddo sulle rotonde e nelle città italiane che dovrebbe far riflettere la classe politica sulle sue indubbie responsabilità della distruzione della nostra economia.

Gli anni intanto passano e le cicatrici restano inguaribili, mentre l'Italia affonda tra gli applausi.

Ultimo aggiornamento Domenica 29 Dicembre 2013 07:38
 
Il sindaco dei poveri PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Lunedì 03 Giugno 2013 04:30

 

Quando due anni fa la figura allungata di Piero Fassino varcò il portone di Palazzo Civico per insediarsi come sindaco di Torino non molti, compreso chi scrive, fecero caso alla strana coincidenza. Un funzionario del Partito Comunista Italiano veniva scelto dalla direzione di un partito che negli ultimi anni aveva faticosamente tentato un restyling innovativo per raccogliere i consensi dei giovani, con l'obbiettivo di svecchiare la dirigenza.

Il sindaco di Torino, oltre ad avere occupato lo scranno parlamentare per numerose legislature (in barba al regolamento interno al partito che non ne vorrebbe più di due) è stato negli anni d'oro il responsabile Fiat nel PCI. Un incarico che visto dalle linee di Mirafiori ha un significato molto importante: un comunista che ha fatto da cuscinetto tra i Padroni delle ferriere e la classe operaia che all'epoca sognava la rivalsa sociale comperandosi la 128.

Non è cambiato nulla in questa Città, ma qualcosa nel frattempo e diventato chiaro: un sindaco come Fassino non poteva essere stato scelto dalla classe dirigente torinese (e dalle truppe cammellate che a Torino eleggono da sempre ed infallibilmente i candidati di sinistra) se non per gestire la dismissione sociale e industriale di Torino. I giovani Elkann sotto la direzione della cariatide Gianluigi Gabetti cercano miliardi per fare shopping oltreoceano, mentre Marchionne nel suo italiano stentato lancia stringati proclami messianici dal suo BlackBerry che non lasciano spazio alla speranza.

Chi meglio di Fassino, col suo loden verde da cerimonia poteva interpretare il ruolo del becchino ? Se ricordiamo le ridanciane campagne di Roberto Rosso o l'esilarante scelta di candidare Rocco Buttiglione contro testa-di-ferro Chiamparino oggi il silenzio ricopre la Città e in un understatement tutto subalpino si procede a passi lunghi e ben distesi nella preparazione delle esequie di stato.

Oggi Fassino è alla testa di un esercito di nuovi poveri che fanno la coda con la cravatta per un panino alla mensa di via Cibrario mentre i diseredati di sempre girano col ferro a uncino pescando nei cassonetti verdi tutto quanto possa essere ceduto in cambio della propria sopravvivenza.

Ciò nonostante, un recente sondaggio incoronava il sindaco di Torino ai vertici del gradimento tra i sindaci di grandi città italiane.

Un muro di Porta Palazzo parla invece di un risultato che si discosta leggermente.

Ultimo aggiornamento Lunedì 03 Giugno 2013 06:10
 
«InizioPrec.12345678910Succ.Fine»

Pagina 6 di 30
 

Sondaggio

Torino risorgerebbe senza la Fiat ?
 

Chi è online

 4 visitatori online