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Lo sguardo oltre l'orizzonte PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Martedì 22 Marzo 2016 11:35

Incontrando persone sempre diverse e confrontandosi con loro grazie alla
disponibilità di alcune a parlare dei guai del mondo si capisce che sono
rarissimi i soggetti disposti a ragionare oltre la portata del proprio
sguardo.
Quasi nessun cittadino occidentale capì il giorno dopo la caduta del muro di
Berlino che sarebbe stato l'inizio della fine, oltre la menzogna raccontata
a chi viveva dentro la cortina di ferro che la libertà ritrovata valeva ben
di più di una vita fatta di rinunce, ma anche di qualche solidissima
certezza. In quel periodo sembrava che questa caduta potesse, chissà come,
risolvere tutti i problemi di povertà dell'Europa e tutti si lasciarono
trasportare dall'ottimismo.
Il risultato a distanza di oltre venticinque anni è sotto gli occhi di
chiunque: aumentano ogni giorno i dati sulla disoccupazione che significa
povertà e disagio, le economie globalizzate procurano danni incalcolabili al
rendimento dei Paesi più sviluppati, non circola più denaro e la speranza
nel futuro ha per molti ceduto il passo alla rassegnazione.
Questo stato di cose dovrebbe rappresentare per le giovani generazioni se
non una molla a migliorare se stessi e la propria esistenza quantomeno a
rendersi conto che l'attuale scelta obbligata di vivere contando su risorse
accantonate dalle generazioni precedenti è un autentico suicidio. Per tanto
cospicue possano essere le fortune di una famiglia il danno irreversibile è
la scomparsa dei valori su cui si fondano le società evolute, a cominciare
dal senso del dovere e la soddisfazione di poter affermare di "avere fatto
qualcosa" se non per sè almeno per i propri figli e non doversi piegare al
gioco dell'oligarchia che traccia i di destini del mondo.
Il nostro Paese è infestato di teste che hanno smesso di funzionare, facendo
il gioco di chi ha programmato tutto questo per poter disporre domani di
schiavi moderni, disposti a qualunque cosa  pur di portare a casa la pelle.
Se l'uomo avesse conservato intatto il desiderio e la curiosità di capire,
alzerebbe la testa per cercare di vedere oltre la linea dell'orizzonte.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 30 Marzo 2016 21:33
 
Fuga dalla città PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Venerdì 09 Ottobre 2015 21:44

Da mesi cerco senza successo le parole per descrivere il senso di disagio che ho patito negli ultimi anni da cittadino torinese. La Città dove sono nato conserva agli occhi di ancora molte persone l'icona di un avamposto meraviglioso della storia, di una inesistente vocazione allo sviluppo, raffigurata dalle tante immagini che sui social network ritraggono il fiume e la Mole antonelliana come simboli di un fulgido passato.

Da tre mesi non vivo più a Torino; ho scelto di crescere mio figlio e curare il mio spirito in un piccolo centro della costa Toscana nella speranza di ritrovare le necessarie motivazioni per una vita migliore.Leggo pochissimo, non guardo più la televisione, ascolto molto la radio. E non mi manca nulla di quelle che sono state le strade della mia infanzia, a parte la nostalgia della giovinezza perduta.

Provo un senso di disagio guardandomi indietro, apprendo da segnali in lontananza i tentativi di immaginare una improbabile rinascita che una amministrazione ottusa e arcaica tenta di propinare dalle pagine del suo un tempo autorevole quotidiano, con dichiarazioni e progetti cui non credono per primi i figuri che occupano le posizioni del potere decisionale nella vita pubblica della città

Ogni mattina il sole sorge davanti al negozio dove trascorro la gran parte del mio tempo: auto, camper e mezzi industriali transitano sulla nuova Via Aurelia a quattro corsie percorrendo l'Italia da nord a sud e da sud a nord in un infinito viaggio della mente che al calare della notte ammanta le campagne circostanti donando un po di tranquillità. Ma anche qui non si vive tranquilli, anche questa è Italia e le strade sono percorse dagli stessi italiani incapaci di reagire all'avvitamento su se stesso di un Paese incamminato su un percorso futuro dagli esiti molto incerti.

Mi manca solo una cosa: non essere riuscito a raccogliere il frutto del sacrificio che come tanti ho vissuto lavorando con molto impegno salvo capire da ultimo che quelle energie spese lì erano solo tempo perso.

Auguro alla mia Città qualcosa di diverso, la speranza quantomeno di non ridursi come tante grandi città, divorate dalla corruzione, dalla violenza e invase dalla spazzatura o peggio ancora vittime del disinteresse e dell'oblio da parte di cittadini obnubilati dalla cassa integrazione.

Qualche amico capirà il mio pensiero ed il senso di smarrimento, qualcun altro se non capirà mi auguro possa trovare nuovi percorsi per non dovere subire la stessa delusione che ha convinto me a lasciare Torino per sempre

Ultimo aggiornamento Venerdì 09 Ottobre 2015 22:16
 
Addio a Renato Altissimo PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Sabato 18 Aprile 2015 22:23

Ero un ragazzo quando nel 1987 incominciai ad innamorarmi di questa bandiera. Una bandiera dai colori vivaci che riprendeva in tutto e per tutto il vessillo simbolo del mio Paese.

A Torino il Partito Liberale Italiano rappresentava un'autentica testimonianza della democrazia, coinvolgeva gran parte della migliore selezione di uomini illuminati nel loro campo, in ogni professione aveva un rappresentante che era riuscito a guadagnarsi con l'impegno nelle istituzioni la stima dell'opinione pubblica nonostante prestasse la propria esperienza e dedizione in un partito piccolo.

Penso a Nicoletta Casiraghi, mente fervida e infaticabile portata via da una malattia pochi anni fa, ad Attilio Bastianini per anni capo della segreteria politica del Partito, mente raffinatissima e dall'incredibile capacita' di analisi e a tanti altri uomini e donne che hanno avuto il coraggio delle loro idee, schierate con impegno indefesso contro il blocco politico DC-PCI che alla fine di quegli anni ancora forte manovrava i destini dell'Italia con equilibrismi culturali che troppo spesso mortificavano il lato piu' fondamentale della liberta', valore ancora considerato tra i piu' importanti.

Renato Altissimo era segretario nazionale del PLI ed era per noi un simbolo, un uomo forte e gentile, un Signore della politica che amava i giovani, che riusciva a motivare tenendoli insieme con una carica umana e una passione politica travolgente. Tanti giorni e notti a lavorare per lui nelle campagne elettorali di quegli anni che riuscivano ad accendere animi e pensieri quando ancora l'Italia era uno Stato consapevole della sua sovranita' e credeva nello scambio di opinioni e nella lotta politica come sale della democrazia.

Oggi Renato Altissimo non c'e' piu' e la Torino liberale lo piange perche' e' una perdita enorme, una voragine che sprofonda nell'horror vacui dei nostri giorni dove non esiste piu' la scuola della politica dei Partiti con i loro valori identitari e valoriali, perche' nessuno e' piu' riuscito a trasmettere agli italiani la regola che un Paese prospera solo se la base che lo governa e' composta da menti solide e coerenti, dedite all'interesse per il buon funzionamento della cosa pubblica.

Renato Altissimo era uno di noi, ultima coscienza degli Italiani liberi.

Ciao Renato, ti abbraccio con affetto. Non ti dimentichero' mai.

Andrea

Ultimo aggiornamento Domenica 19 Aprile 2015 09:04
 
Involuzioni della giustizia PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Sabato 28 Marzo 2015 07:21

Il potere giudiziario in Italia ha sempre trascinato dietro di se un alone di mistero, un universo incomprensibile fatto di leggi incomprensibili con le quali il cittadino è terrorizzato di doversi confrontare, ritrovandosi nella paradossale situazione di essere perseguitato dalla stessa giustizia che lo dovrebbe garantire.

Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono stati condannati in primo grado e assolti in appello. Poi la Cassazione ha annullato la sentenza di secondo grado ed ha ordinato un nuovo processo. Nell'appello bis Amanda e Raffaele sono stati di nuovo condannati. Ieri la Cassazione ha cancellato senza rinvio la condanna ed ha assolto definitivamente i due imputati.

Cinque diverse sentenze a fronte dello stesso materiale probatorio?

Se il materiale probatorio non esisteva o non era sufficientemente solido come mai si è arrivati a due condanne? Se invece era solido, come mai due assoluzioni, l'ultima definitiva? Se le famose “prove genetiche” non erano affatto definitive e schiaccianti, come mai per due volte hanno determinato la condanna degli imputati? Da oggi ufficialmente innocenti ma hanno fatto 4 anni di carcere. Probabilmente ora saranno profumatamente risarciti di tutti i soldi spesi dai loro sventurati genitori - incolpevoli generatori di due essere abominevoli - in otto anni di carte bollate, udienze, trasferimenti, ripensamenti e trattative segrete tra magistrati e avvocati.

In carcere rimane l'ivoriano il quale, in assenza di cospicue fortune familiari in grado di placare gli appetiti di legali di grido, marcisce in galera per essersi trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato insieme ad altri due "complici" sconosciuti di cui nessuno ha finora parlato.

Di certo rimane solo la fine orrenda di una ragazza in vacanza in Italia che si è fidata di due persone che riteneva amiche e che. dopo averla uccisa, non solo non hanno dimostrato di provare pietà ma hanno anche sbeffeggiato i genitori grazie al sistema giudiziario italiano che lascia libero spazio alle più bieche manovre pur di non far pagare i propri errori a ricchi criminali di buona famiglia.

 

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 01 Aprile 2015 14:50
 
Gourmet a tempo determinato PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Venerdì 24 Ottobre 2014 20:39

Come ogni anno Torino si presta ad una rivisitazione delle abitudini alimentari, per cinque giorni. Come apre il tendone fieristico del salone del gusto tutti coloro che sino al giorno prima mangiavano sulle panchine i panini portati da casa o si arrovellavano a trovare il bar col piattino economico o la trattoria dove mangiare con otto euro, scoprono di essere inevitabilmente stregati dall'alimentazione di qualità.

Le trasmissioni radiotelevisive diffondono interviste a pensionati avvinazzati e olezzanti di bagna cauda che si sono creati l'etichetta di presidenti di qualcosa: si parla di fagioli rossi, di consorzi di produttori di barbabietole, di fame, di Africa, di manioca, di OGM, di biodiversità per non parlare del vino e dei numeri dell'esportazione. I tavoloni da mensa aziendale del Lingotto si riempiono quindi di nasoni irretiti da passionevoli emozioni olfattive di vini presentati da produttori di piccolissimi appezzamenti in luoghi che non esistono neanche su google maps. E poi gli oli, i capocolli, il puzzone di Moena, l'irrinunciabile desiderio e la passione per mangiare benissimo cose che si possono vedere solo a Torino una volta all'anno per pochi giorni: lo stregato e floridissimo universo dei piccoli produttori.

Per le strade e sui mezzi pubblici non si sente parlare d'altro se non di assaggi incredibili, di torte berlinesi, di fuyot, di frutta sciroppata e di vino conservato in antichissimi orci pugliesi. Quando tutto finisce, Carlo Petrini torna nelle sue stalle di Pollenzo, i pensionati-presidenti bolliti da ettolitri di vino assaggiati e presentati col microfono in mano tornano a casa e si fanno i complimenti da soli.

Questo patrimonio è effettivamente una grande opportunità per il nostro Paese alla ricerca di una via di uscita dalle secche di una crisi di sistema che appare senza soluzione, ma non si riuscirà mai a concretizzare un vero progetto di valorizzazione del cibo in un Paese dove i negozi di kebab fanno più affari di ristoranti dove si mangerebbe benissimo ma la gente (anche chi potrebbe permetterselo) li diserta perchè oggi è di moda il low-cost e i ricchi si scambiano con eccitazione gli indirizzi delle trattorie dove si mangia con venti euro. Siamo gourmet a tempo determinato, perchè parlare di cibo di qualità nei giorni del salone del gusto è indispensabile come aver in tasca l'ultimo smartphone da esibire alla massa di pecore che ragiona con un unico cervello ammalato, dopodichè va benissimo anche il tramezzino del discount con buona pace dei ristoratori o di chi produce tutto l'anno cibo di qualità ma è costretto a chiudere per mancanza di clienti.

Ultimo aggiornamento Sabato 25 Ottobre 2014 16:16
 
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