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Le strade dimenticate PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Lunedì 05 Aprile 2021 12:41

Nessuno può dirsi libero di cancellare la propria memoria e le proprie origini. L'ubriacatura delle conurbazioni delle capitali globali che nell'era post-coloniale del Secolo Breve hanno svuotato le campagne del mondo e riempito di ratti le case ed i tubi delle metropolitane di città sino a poco più di un anno fa obbiettivo dei giovani europei in cerca di fortuna, inseguiti come i loro bisnonni dallo spettro in bianconero della valigia di cartone legata con lo spago, nella fase calante della sbornia oggi regala sogni infranti e aerei di ritorno. I nostri ragazzi che cercavano lavoro scappando dalla malavita che propone lavori malpagati o addirittura illegali, formati a spese delle italiche pubbliche finanze nelle università italiane per essere subito strappati da società multinazionali ed assoldati a lavorare nelle megalopoli dell'Oriente. Giovani con i vestiti impregnati dall'olezzo di spaghetti di soia e fritture moleste, con gli occhi vacui persi dietro i vetri dei palazzi di Dubai, Macao, Singapore e Kuala Lumpur.

La malattia del XXI secolo ha rimandato a casa tanti visionari di buone speranze e riaperto le porte alla necessità di tornare a guardare il mondo dalle contrade lastricate di pietre medievali nei microcentri italiani, agglomerati di case arrampicate su speroni di tufo dove cento anni fa la malaria uccideva, vittime del digital divide e scollegati dal mondo per scelta dei vecchi che non investono in altro se non sulle tombe di peperino e svendono le loro bicocche perchè per loro nei paesi la vita è finita.

Dobbiamo aver il coraggio di non lasciare che gli unici eventi siano i funerali dei vecchi nei camposanti dell'Appennino centro-meridionale e tornare a ricordarci che l'acqua dei fiumi, la farina, il pane sono ancora nostri. Questa Italia è ancora nostra (se l'amore è amore).

Ultimo aggiornamento Giovedì 08 Aprile 2021 05:55
 
La ritirata strategica sotto la coperta calda PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Martedì 29 Dicembre 2020 10:35

A pagare il conto siamo ancora noi, la generazione che ha assistito all'inizio delle scuole superiori al riflusso in uscita dalla lotta armata da parte di figli dei fiori (e di papà) tornati ai casali di famiglia a consumare la schiacciatina calda. Dopo aver sostenuto ai limiti del codice penale - quando non direttamente arrestati e processati - le imprese sanguinarie dell'eversione armata sino al 1980 sono andati in pensione a quarant'anni. Un affresco di Miguel Gotor da "Il memoriale della repubblica" ci aiuta a capire meglio i danni irreversibili che la società oggi continua a subire dalla classe dirigente che la governa.

"...giovani buoni, innocenti e libertari del movimento del 1977, i quali sarebbero rimasti schiacciati da uno scontro tra apparati contrapposti che non li avrebbe minimamente riguardati. Una bella favola, buona per addormentarsi negli anni Ottanta senza troppi rimorsi per poi risvegliarsi, nel decennio successivo, improvvisamente dall'altra parte: indifferenti, qualunquisti, inquieti, annoiati, di destra o, al massimo, ecologisti, gran gourmet dello slow food, pensionati baby da diciannove anni, sei mesi e un giorno e poi lavoratori in nero (antiquari, librai, piccoli editori, commercianti di tessuti indiani e bonghi africani, gestori di vinerie e ristorantini con le torte fatte in casa), comunque ancora e sempre contro, antipartitici e antipolitici".

 

Ultimo aggiornamento Martedì 29 Dicembre 2020 10:49
 
Gli occhi chiusi PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Martedì 01 Dicembre 2020 08:35

Per chi ha avesse la memoria corta regalo uno scorcio dalla cronaca dal secolo scorso su quanto accadeva in questo Paese, che oggi si ritrova a pagare i debiti contratti dallo stato italiano per alimentare i vizi dei potenti e dei suoi lacchè, in quella torbida stagione (grazie a maurizioturco.it)

L'architetto dei potenti - Il Corriere della Sera, 13 marzo 1994

"Giulia Scotti ha il piacere di invitarti alla festa per il suo diciottesimo compleanno. Ti aspetto al "Borgo Paraelios" di Poggio Mirteto, alle ore dodici...". Quel cinque di aprile del '92 fu davvero una gran bella giornata, anche se il cielo minacciava pioggia. I giovani amici di Giulia, figlia del ministro degli Interni Vincenzo Scotti, erano riusciti tutti a trovare facilmente la strada: sugli inviti, stampati su eleganti cartoncini di Pineider, c'era anche una mappa dettagliata. Papà Vincenzo aveva fatto le cose in grande. Colazione alle tredici e trenta, poi un pomeriggio libero ("potrai scegliere fra tennis, piscina, bocce, biliardi", suggeriva l'invito. Il golf invece non era citato: roba da adulti). E alle diciannove "sarà messa a disposizione una stanza per cambiarti". Aperitivo alle venti, pranzo alle ventuno. Gran bel posto, Borgo Paraelios. Cinquanta ettari di colline distesi attorno a un casale dell'Ottocento, dodici suites opulente, querce disseminate nella macchia mediterranea, fiori ovunque. E poi una fuga di salotti come nelle dimore patrizie, mobili antichi, quadri di pregio. E la premura mai incombente che solo gli alberghi di classe sanno garantire. Adolfo Salabè ci aveva abitato per anni, fino a quando non gli era venuto in mente che forse era più redditizio aprire quel piccolo paradiso agli altri. Pochi ospiti e ben scelti, era la regola dell'architetto. Proprio come per il lavoro: discrezione, discrezione e ancora discrezione. I Salabè , racconta Francesco Cossiga, vengono da Alghero: sangue sardo, origini catalane. "Hidalgos" fieri ma anche gente di chiesa, con un fortissimo senso della famiglia. Il padre di Adolfo si chiamava Luigi, ed era stato per anni l'architetto del Comune di Roma. Dicono che firmasse le sue opere sui cornicioni, in un posto invisibile a tutti. Assieme a Mario e ad Andrea, i suoi due fratelli, Adolfo ha messo in piedi nel corso degli anni un robusto impero finanziario. Iniziato, dice la leggenda, con dei terreni a Ostia sui quali sorgerà poi il più celebre (e discreto, naturalmente) stabilimento balneare del lido di Roma, "La casetta". Adolfo ha traccheggiato un poco prima di decidersi a prendere la laurea: ci è arrivato solo nel 1980, quando aveva già superato i cinquant'anni. Ma non aveva certo battuto la fiacca, nel frattempo. Turismo, costruzioni, forniture militari, finanza: i Salabè si occupano un pò di tutto. Anche se a Roma li conoscono in pochi, perchè non fanno parte della rumorosa cerchia dei palazzinari. Non è che non frequentino bene, solo che lo fanno senza smanie di presenzialismo, senza darsi in pasto ai fotografi. Adolfo a esempio è di casa in Vaticano: già nel 1963 il suo nome compariva a pagina 2237 dell'Annuario Pontificio con la qualifica di "gentiluomo di Sua Santità ", e lo studio privato di Borgo Paraelios è costellato di foto che lo ritraggono assieme al Papa. Unico, minuscolo peccato di vanità (oltre ai capelli, che ama portare un pò troppo lunghi nonostante la calvizie incipiente) il ritratto in alta uniforme da "gentiluomo" che si è fatto dipingere, e che tiene appeso nel villone di famiglia in via dei Santi Pietro e Paolo, all'Eur. Adolfo si è inventato anche un suo stile, come architetto: lo chiamano appunto "stile Salabè ", ed è ben conosciuto fra quelli che possono permettersi i suoi servizi. "Stile Salabè " significa abbondare nelle boiseries di legno pregiato, usare drappi e colori classici ma sobri, e soprattutto curare i dettagli con precisione maniacale. Tutta roba che costa, naturalmente. Ma tanto i clienti dell'architetto non hanno mai problemi economici: o sono ricchi, o spendono soldi non loro. Come gli uomini dei servizi segreti, con i quali l'architetto inizia a lavorare in un'epoca imprecisata: forse proprio dopo la tardiva laurea in architettura, nel 1980. Quando direttore del Sisde è il generale Giulio Grassini, uomo della P2. Comunque, quella del Sisde è la stagione d'oro dell'architetto, anche se finirà per rivelarsi la fonte di tutti i suoi guai: soprattutto perchè lo priverà di quella discrezione che aveva indossato per anni come un'armatura. Anni felici e fecondi, comunque. Che la perversa bizzarria della vita ha trasformato in pacchi di atti giudiziari: boiseries per Vincenzo Scotti, vetri blindati e muri di cinta per Ciriaco De Mita, impianti di sicurezza per Nicola Mancino. Ma anche costruzione di carceri, caserme per polizia e carabinieri, appartamenti per magistrati "a rischio", impianti d'allarme per la Banca d'Italia. L'architetto ai servizi forniva di tutto. Anche luoghi appartati dove trascorrere le vacanze o incontrarsi al sicuro da occhi indiscreti: Borgo Paraelios per la primavera e l'autunno, la "foresteria" di via della Croce (nel centro di Roma) per appuntamenti veloci e Baia Paraelios per i mesi caldi. Baia Paraelios è in Calabria, vicino a Tropea: villette bianche sparse in un parco di venti ettari, tre piscine, ristorante sul mare. Ci si potevano incontrare Vincenzo Scotti, Giuseppe Zamberletti, il capo della polizia Vincenzo Parisi, il sottosegretario agli Interni Antonino Murmura, il potente vicerè della Calabria Riccardo Misasi che faceva il bagno protetto da una motovedetta dei carabinieri. Il Sisde con Baia Paraelios aveva una vera e propria convenzione: 120 milioni al mese più Iva, compreso "l'uso della pista per atterraggio e sosta per elicotteri" e 900 pasti mensili. Il servizio pagava regolarmente le fatture (attraverso la società di copertura "Gattel" di Maurizio Broccoletti) ma nessuno ha mai utilizzato quelle stanze e quei pasti. E le ricevute adesso, come il testo della convenzione triennale, sono diventate atti giudiziari.

Ultimo aggiornamento Martedì 01 Dicembre 2020 08:39
 
Come ne esco ? PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Sabato 19 Settembre 2020 08:25

I corti dei candidati al Consiglio regionale della Toscana si ripropongono ad ogni refresh della mia bacheca Facebook, unico social che da quasi-vecchio continuo a frequentare per non morire di desolazione. Grazie a miliardi di persone come me quasi-giovani tycoon nordamericani e asiatici diventano ricchissimi. Io invece non avendo il problema di dover difendere asset azionari planetari tento di capire con quale criterio sensoriale la signora Costanza Vaccaro, candidata per la Lega e capogruppo al Comune di Livorno, abbia selezionato gli spot per il suo messaggio elettorale che la ritrae sempre in movimento frenetico: dal chiudere un costoso laptop in alluminio indossando una canottiera che ne evidenzia le forme al mattino a colazione, per poi esibire nel resto della giornata una capiente borsa bianca che fa tanto manager, utile a contenere tutte le carte della sua onerosa attività politica. La signora Ceccardi, con i suoi colori smunti per evitare l'errore dei toni accesi della Borgonzoni in Emilia Romagna, presenta uno sfondo di Ponte Vecchio a Firenze e invita a non seguire le ideologie e a votare per lei. A questo punto essendo entrambe leghiste le due candidate si potrebbe pensare che votando a sinistra il mio personale problema sarebbe risolto. Invece no.

Eugenio Giani è un nonno ex socialista non craxiano, conosce ogni ambulacro della Toscana ed è famoso principalmente per riuscire a partecipare anche a cinque aperitivi in un pomeriggio (detto anche dal suo sostenitore Matteo Renzi in un comizio sotto la pineta della Cecinella) ed io che sono liberale vedendolo con il microfono in una mano e la bandiera del PCI nell'altra penso che il mondo nel frattempo sia andato avanti ed anche io, polveroso e ottocentesco illuso che la caduta del Muro sia servita a qualcosa, mi ritrovo incapace di sostenerlo.

Le immagini stereotipate di candidati che probabilmente non sanno neanche quando è stata unificata l'Italia e che considerano le ideologie - e quindi anche le idee - un bene delittuoso non rientrano nei miei gusti, imbevuto come sono proprio dell'appartenenza ad una idea, quella liberale, che nessuno di loro ha avuto il buonsenso di citare nei loro vacui messaggi visuali. Domani si aprono i seggi ed io dovrò andarci perché non ho mai visto di buon occhio coloro che parlano male dei politici e non sanno nemmeno in quale cassetto conservino la tessera elettorale e non si ricordano l'ultima volta che hanno votato; deciderò all'ultimo nonostante da destra giungano appelli al voto che da liberale (vero) riesco a fatica a recepire senza esitazione. Il mio amico radicale, liberale e libertario mi ha detto che sosterrà +Europa e come candidato governatore non votando ne' l'uno ne' l'altra pescherà a caso dai tabelloni. Potrebbe essere una via d'uscita prima di recarmi in spiaggia per l'ultimo bagno settembrino.

Ultimo aggiornamento Sabato 19 Settembre 2020 12:00
 
Il pensiero libero e trasparente di Emanuele Ricucci PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Lunedì 25 Maggio 2020 08:32

Poco importa verso chi, Salvini o Conte, Renzi o Che Guevara.
È in certe faccette, rigonfie nel loro gargarozzo che l'Italia non è più credibile, fallisce, che i baffi neri, pizza e mandolino non ce li toglieremo mai dalle palle ed assurgono a vero simbolo nazionale. Certe faccette, quelle che alimentano la piccola corruzione quotidiana, il bassissimo cabotaggio, la fragilità dell'italiano fesso e soprattutto furbo, che ti tende la mano ma per fregarti l'orologio e sentirsi coi suoi u raaaas du quartiiier, che corre dietro alle jeep dei soldati americani per chiagnere miseria. In quella faccetta unta e bisunta, che intinge il mento in ogni affare, affaretto, affaruccio, c'è tutto il sogno erotico degli sgherri di Rodari, di Manzoni, c'è l'orizzonte ideale di Prezzolini, Longanesi, Flaiano, col loro uomo italiano nato storto.
In certe faccette, le riconosci, c'è l'uomo italiano nato storto coi suoi miseri vizi, scrausi, provinciali, con i piedi che puzzano e gli zoccoli, con l'oro al collo; quei vizi che gli impediranno di essere grande. A lui e, purtroppo, a tutta l'Italia.
Fine.


 
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