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Vita e morte PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Martedì 13 Aprile 2021 13:11

Nella prosa che diventa poesia Franco Arminio, cantore del suo tempo sull'Appennino meridionale, appuntava la sua "Vita Semplice"

Ormai vivo murato in casa. Esco solo per depositare il sacchetto con l’immondizia e

già mi pare un viaggio. Sono una trentina di metri. Tanto basta per tornare a casa

disgustato. Non sopporto le ragazzine col telefonino. Non sopporto i ragazzi che girano

con la macchina perché non hanno niente da fare. Ma dove cazzo li prendono i soldi per

la benzina? Io ho fatto l’insegnante e adesso sono in pensione. Ho sempre la stessa

macchina da vent’anni. E anche gli stessi libri. La mia giornata passa quasi tutta tra la

casa e la campagna. Prendo una strada che non passa per il paese. A me la piazza del mio

paese fa schifo.

Quelle persone avvitate come muffe alle panchine. Tutto prevedibile, quello che si

lamenta del sindaco, quello che si lamenta per le tasse, quello che si lamenta per la

sciatica e così via. Li conosco uno per uno i lamentatori, in fondo sono uno di loro, ma

io almeno mi sono ritirato, non partecipo più alla sceneggiata. Dovevo andarmene da

questo paese prima che mi venisse a nausea, non ce l’ho fatta, ho avuto paura. E poi

dovevo andarmene lontano, restando in Italia non si risolve niente: ignoranza e

meschinità ovunque. Dove non ci sono i delinquenti con la lupara ci sono i delinquenti

con la cravatta, dove non c’è la miseria materiale c’è quella spirituale, veramente una

nazione di merda. Basta guardare un poco gli stranieri che stanno in giro, basta vedere le

nostre ragazze e quelle ucraine o polacche. Le nostre portano in giro una bellezza cinica,

una bellezza che vuole solo essere guardata e non sa guardare niente. Sorrisi e moine

senza mai un filo di incanto. Io avevo una sola figlia e mi è morta per una malattia

fulminante, certe volte penso che è stato meglio così. Sarebbe stato un grande dolore.

Certe volte penso che la morte sia l’ultima cosa seria che abbiamo a questo mondo. E

quasi ogni notte sogno la morte di mio padre. Ha ottantacinque anni ed è insopportabile.

Vede tutto nero, ogni volta che mi vede deve rimproverarmi per qualcosa. E poi sta

sempre a parlare, sembra che per lui vivere sia tenere la bocca aperta, non sta mai zitto,

mai. Pure io ero uno che parlava spesso, ma è una cosa passata. Adesso passo intere

settimane senza dire nulla. Mia moglie pure lei è una tipa silenziosa. Mi chiede se mi va

bene quello che sta preparando per pranzo. Io rispondo sì e tutto è fatto, non abbiamo

più nulla da dirci. Non parliamo neppure la notte, dentro il letto. Ogni tanto mi prende

la voglia di fare l’amore, ogni tanto per me significa un paio di volte al mese. È una cosa

che dura pochi minuti. Io ho sempre paura di morire quando si avvicina il godimento. In

effetti non ho mai capito perché lo chiamano godimento. Comunque anche di queste

cose non mi va più di parlare. Col tempo tutti gli argomenti mi sembrano vacui. Più

cresce la stanchezza più tutto mi sembra inutile.

Qualche giorno fa sono venuti degli amici a casa a propormi la candidatura a sindaco.

Intanto devo dire che queste persone io non li considero amici. Abbiamo fatto qualche

cena insieme molti anni fa. Ad alcuni di loro ho fatto qualche favore. Ho prestato dei

soldi che non mi hanno più dato. Molti in paese avevano le chiavi della mia casa al mare.

Ci andavano tutti, tranne io. Non ci sono più andato quando ho sentito che il mare non

sapeva di niente, solo acqua sporca. A queste persone ho detto che io penso solo alla

morte e che fare il sindaco è l’ultima cosa che vorrei fare nella vita. E poi è strano che

abbiano pensato a me, a uno che da anni ha smesso di stare in piazza, uno che non crede

a nessun partito, a nessuna persona. Loro hanno detto che proprio questa è la mia forza.

Dicono che gli altri sono logorati, dicono che io sono perfetto. Sono onesto, onestissimo

e dopo tanti fannulloni e imbroglioni un sindaco così è proprio quello che ci vuole.

Dicono che è d’accordo anche il grande capo, quello che dirige il nuovo partito in cui

stanno tutti. È stato proprio lui a mandarli a casa mia. Io ho continuato a esprimere la

mia contrarietà, ma loro insistevano, mi hanno detto che ho una settimana per decidere.

Sono andati via e mi hanno lasciato con un grande mal di testa. A me ormai parlare con

la gente mi fa venire un grande mal di testa. Speravo di arrivare alla vecchiaia con un

pessimismo luminoso, un po’ come quello di mia moglie, ma nessuno arriva in luoghi

diversi da quelli da cui è partito, siamo sempre gli stessi, il mio pessimismo era concitato

e snervante da giovane e tale è rimasto. Io sono sempre stato uno che voleva cambiare la

sua vita, adesso ho capito che la mia vita è stata sempre la stessa, di una fissità

mostruosa. Non mi sono mai mosso di un millimetro, non sono mai andato verso un

altro essere umano e mai un altro essere umano è venuto verso di me. Tutti

apparteniamo nel profondo al regno minerale. Siamo pietre fin dalla nascita, pietre che

poi diventano cenere. Quello che facciamo, quello che diciamo è un giochino

illusionistico, una messa in scena per darci l’illusione che stia accadendo qualcosa. Noi

siamo come gli alberi, come i cani, come i fili d’erba, siamo esattamente imprigionati

nella nostra materia come ogni altra cosa, abbiamo solo una spolverata di equivoci in

superficie, un velo di menzogna che chiamiamo coscienza. Comunque anche dire queste

cose mi annoia. Fa bene mia moglie che non dice veramente niente, mai, per nessun

motivo. Lei non esce e non sente il bisogno di dire che non esce, non parla e non sente il

bisogno di dire che non parla. Io ho sempre avuto questa natura di accompagnare la mia

vita con un apparato di note. Io sono il filologo di me stesso. Ho insegnato greco e

latino, ma in realtà l’unica materia che mi sarebbe piaciuto insegnare era il mio corpo.

Andare in classe e parlare del mio corpo. La prossima volta che vengono questi che mi

vogliono come sindaco io gli parlerò che il mio programma politico potrebbe essere solo

quello di parlare del corpo. Andrei per le case a parlare della morte. Non prometterei

piscine e posti di lavoro, ma direi che il mondo è pieno di morti che non si fanno

seppellire. Il mondo prima o poi smetterà di girare, si fermerà in mezzo all’universo

come un asino che s’impunta e non vuole più saperne di fare sempre lo stesso giro. Il

mondo ormai è troppo pesante e tutti noi siamo troppo pesanti. C’era un momento in

cui peso e leggerezza si affrontavano, si alternavano come il giorno e la notte, poi il peso

ha preso il largo, è diventato l’unica cosa possibile. Non avrai altro peso all’infuori di me,

questo ci dice ogni cosa, ogni essere che incontriamo. Io fino a una decina di anni fa

scalpitavo, cercavo di sottrarmi a questi pesi, cercavo aiuto, pensavo che ci fosse

qualcuno che volesse venire come in un delirio, in una leggerezza imponderabile,

pensavo che ci fosse una via d’uscita dal carcere. Non capivo una cosa semplicissima: la

gente non vuole uscire, non vuole nessuna libertà se non quella di fregare gli altri. Se mi

vogliono sindaco io dirò queste cose nel comizio di chiusura della campagna elettorale.

Chissà, forse mi diranno che va bene anche così, tanto un discorso vale l’altro, le parole

non hanno più alcuna sostanza, non vanno e non vengono da nessuna parte. Allora non

mi resta che dire di no, solo un no perenne e immodificabile. Tra me e gli altri esseri

umani non può esserci più alcun commercio. E mi vengono i brividi a pensare che anche

questa è un’illusione. Posso uccidermi adesso o morire di vecchiaia, come faccio a

impedire che a qualcuno magari venga l’idea di intitolarmi una strada solo perché adesso

vanno di moda le persone non illustri? Magari parleranno di me in qualche convegno per

i libri che non ho scritto, per la politica che non ho fatto, per la vita che non ho vissuto.

Forse andare verso gli uomini, mischiarsi in tutti i modi nelle loro beghe è il modo

migliore di sparire. Questo tenersi da parte, questo ambire a una vita semplice è in fondo

una cosa spaventosamente complicata. Per fortuna che a un certo punto si muore,

comunque e ovunque. La semplicità, quella vera, arriva, prima o poi arriva sempre.

(RebStein, 9 dicembre 2007)

Ultimo aggiornamento Martedì 13 Aprile 2021 19:48
 
Le strade dimenticate PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Lunedì 05 Aprile 2021 12:41

Nessuno può dirsi libero di cancellare la propria memoria e le proprie origini. L'ubriacatura delle conurbazioni delle capitali globali che nell'era post-coloniale del Secolo Breve hanno svuotato le campagne del mondo e riempito di ratti le case ed i tubi delle metropolitane di città sino a poco più di un anno fa obbiettivo dei giovani europei in cerca di fortuna, inseguiti come i loro bisnonni dallo spettro in bianconero della valigia di cartone legata con lo spago, nella fase calante della sbornia oggi regala sogni infranti e aerei di ritorno. I nostri ragazzi che cercavano lavoro scappando dalla malavita che propone lavori malpagati o addirittura illegali, formati a spese delle italiche pubbliche finanze nelle università italiane per essere subito strappati da società multinazionali ed assoldati a lavorare nelle megalopoli dell'Oriente. Giovani con i vestiti impregnati dall'olezzo di spaghetti di soia e fritture moleste, con gli occhi vacui persi dietro i vetri dei palazzi di Dubai, Macao, Singapore e Kuala Lumpur.

La malattia del XXI secolo ha rimandato a casa tanti visionari di buone speranze e riaperto le porte alla necessità di tornare a guardare il mondo dalle contrade lastricate di pietre medievali nei microcentri italiani, agglomerati di case arrampicate su speroni di tufo dove cento anni fa la malaria uccideva, vittime del digital divide e scollegati dal mondo per scelta dei vecchi che non investono in altro se non sulle tombe di peperino e svendono le loro bicocche perchè per loro nei paesi la vita è finita.

Dobbiamo aver il coraggio di non lasciare che gli unici eventi siano i funerali dei vecchi nei camposanti dell'Appennino centro-meridionale e tornare a ricordarci che l'acqua dei fiumi, la farina, il pane sono ancora nostri. Questa Italia è ancora nostra (se l'amore è amore).

Ultimo aggiornamento Giovedì 08 Aprile 2021 05:55
 
La ritirata strategica sotto la coperta calda PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Martedì 29 Dicembre 2020 10:35

A pagare il conto siamo ancora noi, la generazione che ha assistito all'inizio delle scuole superiori al riflusso in uscita dalla lotta armata da parte di figli dei fiori (e di papà) tornati ai casali di famiglia a consumare la schiacciatina calda. Dopo aver sostenuto ai limiti del codice penale - quando non direttamente arrestati e processati - le imprese sanguinarie dell'eversione armata sino al 1980 sono andati in pensione a quarant'anni. Un affresco di Miguel Gotor da "Il memoriale della repubblica" ci aiuta a capire meglio i danni irreversibili che la società oggi continua a subire dalla classe dirigente che la governa.

"...giovani buoni, innocenti e libertari del movimento del 1977, i quali sarebbero rimasti schiacciati da uno scontro tra apparati contrapposti che non li avrebbe minimamente riguardati. Una bella favola, buona per addormentarsi negli anni Ottanta senza troppi rimorsi per poi risvegliarsi, nel decennio successivo, improvvisamente dall'altra parte: indifferenti, qualunquisti, inquieti, annoiati, di destra o, al massimo, ecologisti, gran gourmet dello slow food, pensionati baby da diciannove anni, sei mesi e un giorno e poi lavoratori in nero (antiquari, librai, piccoli editori, commercianti di tessuti indiani e bonghi africani, gestori di vinerie e ristorantini con le torte fatte in casa), comunque ancora e sempre contro, antipartitici e antipolitici".

 

Ultimo aggiornamento Martedì 29 Dicembre 2020 10:49
 
Gli occhi chiusi PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Martedì 01 Dicembre 2020 08:35

Per chi ha avesse la memoria corta regalo uno scorcio dalla cronaca dal secolo scorso su quanto accadeva in questo Paese, che oggi si ritrova a pagare i debiti contratti dallo stato italiano per alimentare i vizi dei potenti e dei suoi lacchè, in quella torbida stagione (grazie a maurizioturco.it)

L'architetto dei potenti - Il Corriere della Sera, 13 marzo 1994

"Giulia Scotti ha il piacere di invitarti alla festa per il suo diciottesimo compleanno. Ti aspetto al "Borgo Paraelios" di Poggio Mirteto, alle ore dodici...". Quel cinque di aprile del '92 fu davvero una gran bella giornata, anche se il cielo minacciava pioggia. I giovani amici di Giulia, figlia del ministro degli Interni Vincenzo Scotti, erano riusciti tutti a trovare facilmente la strada: sugli inviti, stampati su eleganti cartoncini di Pineider, c'era anche una mappa dettagliata. Papà Vincenzo aveva fatto le cose in grande. Colazione alle tredici e trenta, poi un pomeriggio libero ("potrai scegliere fra tennis, piscina, bocce, biliardi", suggeriva l'invito. Il golf invece non era citato: roba da adulti). E alle diciannove "sarà messa a disposizione una stanza per cambiarti". Aperitivo alle venti, pranzo alle ventuno. Gran bel posto, Borgo Paraelios. Cinquanta ettari di colline distesi attorno a un casale dell'Ottocento, dodici suites opulente, querce disseminate nella macchia mediterranea, fiori ovunque. E poi una fuga di salotti come nelle dimore patrizie, mobili antichi, quadri di pregio. E la premura mai incombente che solo gli alberghi di classe sanno garantire. Adolfo Salabè ci aveva abitato per anni, fino a quando non gli era venuto in mente che forse era più redditizio aprire quel piccolo paradiso agli altri. Pochi ospiti e ben scelti, era la regola dell'architetto. Proprio come per il lavoro: discrezione, discrezione e ancora discrezione. I Salabè , racconta Francesco Cossiga, vengono da Alghero: sangue sardo, origini catalane. "Hidalgos" fieri ma anche gente di chiesa, con un fortissimo senso della famiglia. Il padre di Adolfo si chiamava Luigi, ed era stato per anni l'architetto del Comune di Roma. Dicono che firmasse le sue opere sui cornicioni, in un posto invisibile a tutti. Assieme a Mario e ad Andrea, i suoi due fratelli, Adolfo ha messo in piedi nel corso degli anni un robusto impero finanziario. Iniziato, dice la leggenda, con dei terreni a Ostia sui quali sorgerà poi il più celebre (e discreto, naturalmente) stabilimento balneare del lido di Roma, "La casetta". Adolfo ha traccheggiato un poco prima di decidersi a prendere la laurea: ci è arrivato solo nel 1980, quando aveva già superato i cinquant'anni. Ma non aveva certo battuto la fiacca, nel frattempo. Turismo, costruzioni, forniture militari, finanza: i Salabè si occupano un pò di tutto. Anche se a Roma li conoscono in pochi, perchè non fanno parte della rumorosa cerchia dei palazzinari. Non è che non frequentino bene, solo che lo fanno senza smanie di presenzialismo, senza darsi in pasto ai fotografi. Adolfo a esempio è di casa in Vaticano: già nel 1963 il suo nome compariva a pagina 2237 dell'Annuario Pontificio con la qualifica di "gentiluomo di Sua Santità ", e lo studio privato di Borgo Paraelios è costellato di foto che lo ritraggono assieme al Papa. Unico, minuscolo peccato di vanità (oltre ai capelli, che ama portare un pò troppo lunghi nonostante la calvizie incipiente) il ritratto in alta uniforme da "gentiluomo" che si è fatto dipingere, e che tiene appeso nel villone di famiglia in via dei Santi Pietro e Paolo, all'Eur. Adolfo si è inventato anche un suo stile, come architetto: lo chiamano appunto "stile Salabè ", ed è ben conosciuto fra quelli che possono permettersi i suoi servizi. "Stile Salabè " significa abbondare nelle boiseries di legno pregiato, usare drappi e colori classici ma sobri, e soprattutto curare i dettagli con precisione maniacale. Tutta roba che costa, naturalmente. Ma tanto i clienti dell'architetto non hanno mai problemi economici: o sono ricchi, o spendono soldi non loro. Come gli uomini dei servizi segreti, con i quali l'architetto inizia a lavorare in un'epoca imprecisata: forse proprio dopo la tardiva laurea in architettura, nel 1980. Quando direttore del Sisde è il generale Giulio Grassini, uomo della P2. Comunque, quella del Sisde è la stagione d'oro dell'architetto, anche se finirà per rivelarsi la fonte di tutti i suoi guai: soprattutto perchè lo priverà di quella discrezione che aveva indossato per anni come un'armatura. Anni felici e fecondi, comunque. Che la perversa bizzarria della vita ha trasformato in pacchi di atti giudiziari: boiseries per Vincenzo Scotti, vetri blindati e muri di cinta per Ciriaco De Mita, impianti di sicurezza per Nicola Mancino. Ma anche costruzione di carceri, caserme per polizia e carabinieri, appartamenti per magistrati "a rischio", impianti d'allarme per la Banca d'Italia. L'architetto ai servizi forniva di tutto. Anche luoghi appartati dove trascorrere le vacanze o incontrarsi al sicuro da occhi indiscreti: Borgo Paraelios per la primavera e l'autunno, la "foresteria" di via della Croce (nel centro di Roma) per appuntamenti veloci e Baia Paraelios per i mesi caldi. Baia Paraelios è in Calabria, vicino a Tropea: villette bianche sparse in un parco di venti ettari, tre piscine, ristorante sul mare. Ci si potevano incontrare Vincenzo Scotti, Giuseppe Zamberletti, il capo della polizia Vincenzo Parisi, il sottosegretario agli Interni Antonino Murmura, il potente vicerè della Calabria Riccardo Misasi che faceva il bagno protetto da una motovedetta dei carabinieri. Il Sisde con Baia Paraelios aveva una vera e propria convenzione: 120 milioni al mese più Iva, compreso "l'uso della pista per atterraggio e sosta per elicotteri" e 900 pasti mensili. Il servizio pagava regolarmente le fatture (attraverso la società di copertura "Gattel" di Maurizio Broccoletti) ma nessuno ha mai utilizzato quelle stanze e quei pasti. E le ricevute adesso, come il testo della convenzione triennale, sono diventate atti giudiziari.

Ultimo aggiornamento Martedì 01 Dicembre 2020 08:39
 
Come ne esco ? PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Reali   
Sabato 19 Settembre 2020 08:25

I corti dei candidati al Consiglio regionale della Toscana si ripropongono ad ogni refresh della mia bacheca Facebook, unico social che da quasi-vecchio continuo a frequentare per non morire di desolazione. Grazie a miliardi di persone come me quasi-giovani tycoon nordamericani e asiatici diventano ricchissimi. Io invece non avendo il problema di dover difendere asset azionari planetari tento di capire con quale criterio sensoriale la signora Costanza Vaccaro, candidata per la Lega e capogruppo al Comune di Livorno, abbia selezionato gli spot per il suo messaggio elettorale che la ritrae sempre in movimento frenetico: dal chiudere un costoso laptop in alluminio indossando una canottiera che ne evidenzia le forme al mattino a colazione, per poi esibire nel resto della giornata una capiente borsa bianca che fa tanto manager, utile a contenere tutte le carte della sua onerosa attività politica. La signora Ceccardi, con i suoi colori smunti per evitare l'errore dei toni accesi della Borgonzoni in Emilia Romagna, presenta uno sfondo di Ponte Vecchio a Firenze e invita a non seguire le ideologie e a votare per lei. A questo punto essendo entrambe leghiste le due candidate si potrebbe pensare che votando a sinistra il mio personale problema sarebbe risolto. Invece no.

Eugenio Giani è un nonno ex socialista non craxiano, conosce ogni ambulacro della Toscana ed è famoso principalmente per riuscire a partecipare anche a cinque aperitivi in un pomeriggio (detto anche dal suo sostenitore Matteo Renzi in un comizio sotto la pineta della Cecinella) ed io che sono liberale vedendolo con il microfono in una mano e la bandiera del PCI nell'altra penso che il mondo nel frattempo sia andato avanti ed anche io, polveroso e ottocentesco illuso che la caduta del Muro sia servita a qualcosa, mi ritrovo incapace di sostenerlo.

Le immagini stereotipate di candidati che probabilmente non sanno neanche quando è stata unificata l'Italia e che considerano le ideologie - e quindi anche le idee - un bene delittuoso non rientrano nei miei gusti, imbevuto come sono proprio dell'appartenenza ad una idea, quella liberale, che nessuno di loro ha avuto il buonsenso di citare nei loro vacui messaggi visuali. Domani si aprono i seggi ed io dovrò andarci perché non ho mai visto di buon occhio coloro che parlano male dei politici e non sanno nemmeno in quale cassetto conservino la tessera elettorale e non si ricordano l'ultima volta che hanno votato; deciderò all'ultimo nonostante da destra giungano appelli al voto che da liberale (vero) riesco a fatica a recepire senza esitazione. Il mio amico radicale, liberale e libertario mi ha detto che sosterrà +Europa e come candidato governatore non votando ne' l'uno ne' l'altra pescherà a caso dai tabelloni. Potrebbe essere una via d'uscita prima di recarmi in spiaggia per l'ultimo bagno settembrino.

Ultimo aggiornamento Sabato 19 Settembre 2020 12:00
 
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